Una vita positiva.

Testimonianza di un ragazzo gay sieropositivo

Stefano, RM, 26 anni, gay
 
Cosa hai provato quando hai scoperto di essere HIV+?
Ricordo il momento della scoperta in modo molto vivido, indelebile. Avevo ricevuto una telefonata da parte della persona con cui avevo avuto una relazione e che aveva appena ritirato l’esito positivo del suo test. Immaginavo che avrei ricevuto anche io un responso positivo, eppure non smisi di sperare in un esito differente. La speranza è l’ultima a morire, no? Non so quanti giorni ho passato a piangere. Ero totalmente sconvolto. Quando non mi picchiavo da solo dandomi pugni in testa, sembravo un vegetale: il mio sguardo era sempre fisso nel vuoto. Ogni mattina mi svegliavo con la speranza che fosse stato un brutto sogno, poi con la delusione che non lo era.
 
Cosa ti ha aiutato a reagire positivamente?
La speranza. Pensare che il futuro avrebbe riservato comunque qualcosa di buono. Ho capito che l’atteggiamento da vegetale non mi avrebbe portato da nessuna parte, che era solo
autolesionismo. La mia famiglia e i miei amici mi sono stati molto vicini e mi hanno aiutato a reagire. Anche il mio carattere testardo mi è venuto incontro, scuotendomi con forza. Poi mi tornava in mente mia nonna, morta di tumore in breve tempo ma con grande sofferenza: ho realizzato che esistono mali peggiori di essere diventato sieropositivo, malattie che ti portano via in pochissimo tempo o che ti fanno soffrire fisicamente. A 26 anni ho ancora tempo per vivere la mia vita, e soprattutto per viverla in pieno. Ho capito il valore del tempo: oggi capita così spesso di sprecarne tanto in situazioni inutili.
 
Qual è stato il momento più bello e quello più brutto da quando hai scoperto di essere HIV+?
Il momento più bello da quando sono sieropositivo è stato vedere la reazione di alcune persone a cui l’ho confidato prima di un rapporto: non si è incrinato nulla nell’atmosfera che si era creata e siamo andati a letto ugualmente, senza alcun problema e senza che io mi sentissi minimamente a disagio. E’ stato molto bello anche quando ho capito di avere una marcia in più rispetto a tanti altri: una malattia ti rende più vulnerabile, ma anche più sensibile verso tutto quello che ti circonda – e quindi più attento. La sensibilità è in grado di farti sviluppare un maggior spirito di osservazione e solo osservando bene il mondo puoi capire quante cose hai perso fino a quel momento, quante ti sono sfuggite per superficialità e disattenzione. Subito dopo che hai capito questo, fai tutto il possibile perché non ti sfuggano più.
 
Il momento più brutto è stato quando ho visto piangere mamma e papà. E anche quando succede l’esatto contrario di quel che dicevo prima: la persona che scopre la mia situazione cambia improvvisamente e mi evita. Ricordo di averlo detto a un ragazzo che stavo frequentando: con la scusa di voler ricucire il rapporto con il suo ex mi ha evitato per giorni, poi preso dai sensi di colpa ha cominciato a telefonarmi riuscendo solo a peggiorare la sua situazione: cercava una specie di perdono per come si era comportato e diceva cose che per lui erano gentili ma che per me erano ferite, come pugnalate che sentivo arrivare qua e là nel corpo, gratuite. Ora non lo sento più. Non è stato l’unico a comportarsi come non avrei voluto: in un giorno di tristezza insopportabile nei primi tempi ho affidato il mio segreto a un collega di lavoro, pensando che fosse un amico; avevo forse bisogno di conforto – non so nemmeno io cosa pensassi sul momento, avevo solo voglia di sfogarmi con qualcuno. Il giorno dopo fui convocato a Milano dai miei superiori “per saperne di più.” Mi aggredirono verbalmente perché avevo osato parlare della mia condizione sul posto di lavoro e minacciarono apertamente di licenziarmi.
 
Spiacevole è anche quando confido di essere sieropositivo a qualcuno e come risposta ottengo i nomi di altre persone HIV+ che conoscono: mi dà l’idea che la notizia circoli senza controllo, senza che gli altri, e anche io quindi, lo vogliamo.
 
Ci sono poi quelli che io chiamo “i momenti senza parole,” situazioni che non so proprio come commentare: è possibile che nel 2009 dopo quello che è stato detto e scritto sull’argomento, con le leggi e tutto il resto, siano proprio i medici a tradire la mia fiducia? Un ragazzo che frequentavo da poco mi ha accompagnato in ospedale per un incidente e il giorno dopo ha telefonato al reparto del pronto soccorso chiedendo delle mie condizioni di salute: l’infermiere di turno gli ha detto senza esitare che sono sieropositivo. Appunto, senza parole. A volte alcune reazioni e comportamenti della gente mi sembrano irreali.
 
Sperimenti delle difficoltà nella vita di tutti i giorni?
Sì, 3 pasticche al giorno e una visita ogni 3 o 4 mesi. Ah, dimenticavo i prelievi di sangue.
 
Quando inizi a frequentare un ragazzo, quali preoccupazioni e pensieri hai?
Qui potrei scrivere veramente un libro. E’ la situazione più complessa in cui mi sia mai trovato: come ti muovi sbagli. La scelta è ovviamente tra dirlo e non dirlo, e tutti i pro e i contro di queste due azioni sono facilmente comprensibili da chiunque. Eppure non è una scelta semplice. Non penso solo se dirlo, ma anche quando dirlo. Questo è il punto più terrificante: scegliere quando. Lo dico subito, così mi tolgo il problema? E se poi scappa? Lo dico dopo che siamo entrati in confidenza? E se poi si arrabbia perché non gliel’ho detto prima? Ma se non lo conosco, come posso fidarmi? E’ una cosa così delicata che non posso metterla nelle mani di chiunque. Se mi fido, che parole uso per dirlo? Mi trovo sempre intrappolato in una rete di domande. Come reagirà? Lo accetterà? E’ vero che con l’aiuto dei sentimenti si supera ogni ostacolo? Non ne sono sicuro: siamo tutti diversi e nessuno reagisce allo stesso modo. Se devo basarmi sulle mie esperienze, a volte non ci sono stati problemi ma altre decisamente sì. Lo dirà a qualcun altro? Questa poi mi paralizza: purtroppo anche qui le esperienze negative pesano così tanto… Una mia “carissima amica” per esempio ha detto di me a un suo amico che io conoscevo a malapena. I primi tempi mi domandavo se sarebbe cambiato qualcosa anche nel sesso: no, in fondo, perché non bisogna avere comunque rapporti sessuali non protetti, ugualmente a prima. Questa è l’unica domanda a cui sono riuscito a dare una risposta finora.
 
Cosa pensi del sesso ora?
Chiunque faccia sesso senza preservativo è un pazzo. Se qualcuno propone di non usarlo gli dico ciao immediatamente. Dobbiamo sempre ricordarci che non ci si può fidare di nessuno – davvero di nessuno, neppure di chi ti consegna il foglio del suo test negativo ritirato il giorno prima. Io sono stato un incosciente, e con me anche il mio ragazzo dell’epoca: facevamo sesso non protetto e anche se è stato lui a infettarmi non lo ritengo colpevole; i responsabili siamo entrambi perché siamo stati così stupidi da non proteggerci. Ci sono anche tante altre malattie a trasmissione sessuale quindi il preservativo va usato sempre, senza scuse. Far finta di non sapere, nascondersi, scappare da questo fatto è da stupidi. Se voglio prendere la patente, prima devo imparare come funziona la macchina e conoscere i rischi a cui vado incontro se non rispetto il codice stradale; ogni volta che giro la chiave mi devo ricordare di esser prudente. Stessa cosa nel sesso, non è mica così difficile!
 
Da quando so che devo usare il preservativo non solo per proteggere me stesso dai virus altrui ma anche gli altri dal mio, sono obbligato a usare sempre la testa anche quando vado a letto con qualcuno. Ho scoperto che con il cervello acceso il sesso è perfino migliore. Il preservativo ora è un gesto di fiducia: quando io e il partner lo usiamo so che siamo sereni a stare insieme, so che nessuno dei due ha paura dell’altro, e questo è bellissimo.
 
Come dovremmo comportarci nei confronti dell’AIDS e delle persone HIV+?
Scappare è segno di ipocrisia. Voler fuggire da una cosa che esiste, e che esisterà ancora per un bel po’ di tempo, non significa sconfiggerla né tanto meno capirla, ma solo nasconderla. Non dicendo di essere sieropositivi si fa il suo gioco. L’HIV agisce proprio appena uno lo nasconde. E a forza di non considerare questa malattia, prima o poi finisci per non vederla. Vorrei che si vivesse questa condizione nel più normale dei modi: tutti dovremmo conoscerla e sapere come evitarla. Una volta che la si riconosce, ci si comporterà naturalmente anche con chi è stato contagiato. I problemi nelle reazioni degli altri nascono dal fatto di non parlarne.
 
Cosa ti infastidisce di più nelle reazioni delle persone a cui dici di essere HIV+?
Il fatto che si sentano in dovere di dire qualcosa per forza. Il più delle volte quello che esce loro di bocca è proprio la cosa sbagliata, esattamente ciò che non vorrei sentirmi dire – una specie di compassione e di imbarazzo. In questi casi mi trovo davanti quel che non vorrei vedere, quello che non vorrei vivere – eppure eccolo lì, nella faccia di chi ti guarda e si sente in dovere di dispiacersi o in diritto di consigliarti o perfino di importi la sua interpretazione della mia condizione.
 
Quali sono i luoghi comuni che vorresti sfatare sui sieropositivi?
Che sono tutti gay. Non è affatto vero. Moltissimi eterosessuali sottovalutano l’HIV.
 
Sintetizzando la tua esperienza, cosa puoi dire di aver imparato?
Semplicemente a vivere più a fondo la mia vita riempiendola di significato e mettendoci dentro un casino di progetti e obiettivi che voglio raggiungere. Il perché della vita sta nel senso che le dai: se non le dai uno scopo, non ha neppure un motivo.