Esaminiamo i fatti, senza entrare in complesse dissertazioni biologiche e cerchiamo di capire se possono esserci analogie tra queste due campagne informative. In primo luogo osserviamo i numeri: Il cervicocarcinoma (tumore maligno della cervice uterina) ha un tasso di incidenza in Italia di circa 3.700 nuovi casi/anno, corrispondenti a 12/100.000 donne. Si tratta di una frequenza 10 volte inferiore rispetto al tumore della mammella (39.735 casi nel 2005, pari a 139/100.000 donne), secondo i dati rilevati dalla collaborazione tra Istituto Nazionale Tumori (INT) e Istituto Superiore di Sanità (ISS).
La infezione cervicale sostenuta dal virus del Papilloma umano (HPV) è condizione necessaria ma non sufficiente perché si possa sviluppare un cervicocarcinoma (International Agency for Research on Cancer - IARC). Ciò indica che la sola presenza del Papillomavirus non può indurre lo sviluppo di un cancro della cervice, ma è richiesta la presenza di altri fattori. È un po’ come per l’ipertensione, fattore di rischio, ma non sufficiente da sola a scatenare un infarto del miocardio.
Italia la prevalenza ( misura del numero di individui di una popolazione che, in un dato momento, presentano la malattia) della infezione da HPV è stimata intorno al 7-16%, ma occorre ricordare che tale infezione è transitoria, perché il virus viene spontaneamente eliminato dal sistema immunitario prima di sviluppare un effetto nocivo dal 90% dei soggetti infetti in un periodo di 1-2 anni. Ciò significa che se esaminiamo 100.000 donne, circa 12.000 sarebbero infette dal Papillomavirus, solo 1.200 avrebbero ancora i segni della infezione dopo due anni e appena 10 – tra le 100.000 iniziali – potranno avere una diagnosi di cervicocarcinoma nel corso della loro vita. Questa la situazione attuale, prima di una eventuale vaccinazione a tappeto su tutta la popolazione a rischio, così come suggerito dal Ministero della Salute.
Cosa ci si aspetta dal programma di vaccinazione contro il Papillomavirus? Gli obiettivi sono stati chiaramente ricordati qualche capoverso più in alto: prevenire il cervicocarcinoma, ma anche individuare i vantaggi della vaccinazione ( che significa, esprimendo il concetto con altre parole, che i vantaggi non sono ancora stati individuati), la sicurezza e l’efficacia a lungo termine (effetti collaterali ed efficacia a breve termine si conoscono, e li esamineremo tra breve). La prevenzione del cervicocarcinoma si basa sul semplice concetto che se il virus del Papilloma, persistendo a lungo nell’organismo, è in grado di determinare alterazioni cellulari che possono condurre al tumore del collo dell’utero, facilitandone la soppressione mediante l’immunizzazione indotta prima del contagio (vaccinazione), si dovrebbe ridurre l’incidenza del cancro. Il programma di vaccinazione si propone quindi di ridurre il rischio di insorgenza del cervicocarcinoma immunizzando i soggetti di sesso femminile contro alcuni genotipi di Papillomavirus che - come abbiamo già visto - nel 90% dei casi verrebbero comunque spontaneamente eliminati dall’ospite entro due anni dal contagio, senza necessità della vaccinazione!
A quale prezzo si dovrebbero conseguire tali risultati? Quando si esaminano gli effetti di un farmaco, o di un vaccino, occorre ragionare in termini di efficacia e sicurezza. Per efficacia si intende la capacità di raggiungere un determinato obiettivo, mentre con il termine sicurezza indichiamo la consapevolezza che quello che faremo non provocherà dei danni. Ovviamente non esiste il 100% in termini di sicurezza, così come non esiste lo stesso valore per l’efficacia. Attualmente i risultati prodotti dalla Merck assicurano che la efficacia del vaccino contro il Papillomavirus è intorno al 95% (I risultati si riferiscono ad un follow-up (controllo) effettuato lungo un arco di tempo di tre anni, ma non sono disponibili dati a lungo termine). Non possiamo dichiarare altrettanto per la sicurezza.
Certo tutto ciò può dare un’idea del giro di denaro che ruota intorno ad un progetto tanto ambizioso, e può solo far sospettare (ricordate la celebre frase attribuita a Giulio Andreotti su chi pensa male?) che interessi altri da quelli della salute pubblica possano interferire con le scelte adottate, ma nella decisione di far vaccinare le nostre figlie occorre stare ai fatti e la situazione può essere così riassunta:
• Il Virus del Papilloma Umano (HPV) è un fattore di rischio per lo sviluppo del cervicocarcinoma (Tumore del collo dell’utero);
• L’infezione sostenuta dall’ HPV è transitoria e si risolve spontaneamente entro due anni nel 90% dei soggetti;
• Il rischio attuale di ammalarsi di cervicocarcinoma è di 1/10.000;
• La vaccinazione contro il Papillomavirus riduce significativamente il rischio di sviluppare lesioni precancerose (non abbiamo ancora i dati sulla riduzione del cancro);
• Il rischio di sviluppare conseguenze anche gravi dopo la vaccinazione contro il Papillomavirus è attualmente 10 volte superiore a quello presente dopo la vaccinazione contro la influenza H1N1 (1/560 rispetto ad 1/5.000-6.500);
• I costi per la società, considerando solo la vaccinazione gratuita per le bambine di età compresa tra gli 11 e i 12 anni, ammonterebbero a circa 135.000.000 di euro ogni anno.
Fonte: Associazione Luca Coscioni




